About me, more or less

Utente: Shulypoo
Cromosoma XX, personalità indecisa e dubbiosa, amante dell'autoerotismo mentale, della musica rock, del sushi, degli anfibi e degli orsetti del cuore.

L'erotismo mi piace e lo vedo in tante cose. Forse ve ne accorgerete, ma non scambiatemi per ammiccante, ve ne prego.

Ripresami dalle mie brume esistenziali post laurea e dai vaneggiamenti matrimoniali, sono ora un'improbabile business woman con parecchi issues. Ma che questo non mi identifichi in alcun modo, vi prego. Aspirante groupie, passerei volentieri la vita a sperarla diversa.
Odio mordermi le guance. Ma proprio tantissimo.

Handle with care, perchè mi affeziono anche al cartone del latte e sono permalosissima.

Geeky, nerdy, plastic fantastic, the one you'll never need.
Amen.

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Mi rallegrano e compiacciono cose tipo...

svegliarmi e ricordarmi che posso dormire
le chitarre elettriche
il junk food, il sushi e il cibo indiano. Ma anche tutto il resto.
il piumino calduccio
l'umorismo surreale
le culotte
non reggermi in bus e far finta di fare surf
leggere i libri in una botta sola
i cavalieri dello zodiaco
la musicalità
le t-shirt buffe e witty
i calzini a strisce
chi è colto e non lo fa pesare
il ponte di chiatte al Porto Antico di Genova
il mio albero di natale
chi capisce al volo
i regali inattesi
le coccole sotto il piumino
questa faccina ":3" e questa ">.>;"
Londra
la lingua inglese
l'eccitazione
capire improvvisamente qualcosa
la novità
le pernacchie sulla pancia
la varietà linguistica
le cose pucciose e superdeformed
il cambiamento
ascoltare musica di notte
la sottigliezza
le opinioni decise ma non ostinate
comportarmi in modo inappropriato
sapere le cose senza Google
la gente easy going
le seghe mentali un po' costruttive
fare pace
i vecchi vinili
chi non serba rancore
forzare i miei limiti
ballare, da sola
la gentilezza a prescindere
gli anni '60 e '70 e la loro musica
la pulizia
non dover spiegare ciò che dico, specialmente le battute
la capacità di modularsi
apparentemente, anche saltare di palo in frasca :3

Mi rattristano e un po' irritano cose tipo...

i pallini sui maglioni
chi entra dall'uscita dei bus
la banalità, in tutto
i calendari coi culi
i peli incarniti
chi dice di non aver mai tempo e non fa un tubo
la polvere sulle dita, e i gatti impolverati
il vento e la pioggia insieme
le abitudini noiose, i loop, i pattern
i furbi, i Furby e i furry
le cose banalmente sexy
la mancanza di autocritica, di ironia, di curiosità
gli errori di grammatica e ortografia
la volgarità a sproposito (ma non le parolacce!)
il pitonato, lo zebrato, il leopardato e gli altri mali accessori alla menopausa
la gente che scrive "Hei!" invece di "Ehi!"
la pornografia camuffata da erotismo
la risata "Hihihihihi". Ha un che di satanico e idiota, usate le faccine piuttosto
le battutine a sfondo sessuale fatte a sproposito
chi racconta i casi suoi al telefono in bus, magari urlando
l'indefinitezza
le mode imbecilli, e le sedicenti modelle
la puzza di fumo
la poesia cheap
l’associazione soldi/mignotte/belle macchine
chi sputacchia quando parla
la “bella gente†e la "bella vita"
chi fa lo strano, l'incompreso, l'unico, l'originale a tutti i costi
sentirmi invisibile e a disagio
chi è più pigro di me
chi non si fa mai problemi e dovrebbe
il frastuono e la musica merdosa
chi parla addosso alla gente
chi non ascolta e pensa di aver capito
la sveglia
l'ignoranza compiaciuta
i consigli non richiesti, ma anche i conigli
gli egocentrici molesti
gli inappetenti cronici e chi fa tremila storie sul cibo
le donne fissate con le minchiate che non compensano con altre doti
gli uomini che pensano di far colpo coi soldi
le "k" al posto delle "c"
chi non sorride mai
smagliare i collant nuovi
chi non capisce, chi non coglie, chi non si sa adattare
le suonerie dei cellulari, la maggior parte
i deliri religiosi
il buonismo dettato da idiozia
rompere con qualcuno, causare tristezza
chi mi dice "cresci" senza poterselo permettere
i canditi

Solo un numero, e probabilmente sbagliato

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  • venerdì, 13 novembre 2009

    A ognuno le sue croci

    Sopra al nostro crocifisso, in aula, di solito erano stese mappe della Roma Imperiale. D'epoca, a giudicare dall'odore.
     
    La sentenza di Strasburgo e il polverone che ne è derivato sono come i muratori che picchiano il sabato alle 7 del mattino: tu vorresti evitare di sentirli, provi a riaddormentarti coprendoti le orecchie con un cuscino, ma niente. Il rumore ti trova, ed esige attenzione.
     
    Non sono credente, o comunque non presto grande attenzione alla problematica del divino nella mia vita. Non ritengo che la presenza di un Dio o di organizzazioni che ne amministrino il culto sia necessaria per cercare di condurre una vita buona e onesta, con tutto il rispetto per chi comunque e a prescindere crede in Dio, in un ordine superiore o nel Flying Spaghetti Monster.
    Per quanto mi riguarda, quanto ha descritto John Lennon quando ha composto Imagine rappresenta abbastanza accuratamente il mio mondo ideale.
    Il mio ateismo vacilla solo se sono a 10.000 metri sull'Atlantico in mezzo a una perturbazione: in quel caso, mi improvviso adepta tenace di culti mariani di epoca paleocristiana, vittima di ogni superstizione immaginabile. Ma si sa che quando si sente la morte vicina ci si vuole sparare ogni cartuccia a disposizione.
     
    E' stata una sfida crescere in questo paese senza che esso facesse di me un'atea fondamentalista e petulante, ignorare i compagnucci che mi prendevano per il culo alle elementari perché non assistevo all'ora di religione, non mettere le mani al collo dell'insegnante che alle medie cercava di convincerci che i figli dei divorziati erano figli di serie B e altre amenità che mi è toccato sopportare nel corso degli anni. Uno deve fare positivamente uno sforzo per non fare l'equazione "religioso = trombone arrogante e intollerante" ed è comunque diventata una mia convinzione piuttosto radicata pensare che la religione che si vive pubblicamente in questo paese sia più una piazzata superstiziosa che altro, e va da sé che questo mina irrimediabilmente la mia inclinazione a rispettarla. Per evitare di causarmi ulcere prima dei trent'anni, però, trovo che escludere il problema dal mio campo attentivo sia un buon metodo.

    Diciamo che, in tutto questo, ai benedetti crocifissi non ho mai fatto caso più di tanto. Se vivi in Italia, alle croci e ai campanili un po' ti desensibilizzi. Fan parte del paesaggio, dell'arredamento. Di per sé non offendono o minano il mio diritto a pensarla come mi pare. Il cuore filosofico e umano del messaggio cristiano, anzi, è a mio avviso largamente condivisibile da chiunque.

    L'appiglio legale per esporre i crocifissi nelle scuole resta deboluccio, per non dire assente: la sentenza di Strasburgo ha esposto il segreto di Pulcinella. Me ne sbattevo egregiamente le ovaie prima, per conto mio posso continuare a farlo: scelgo di applicare il mio metodo di ignorare la cosa in quanto irrilevante.
     
    La mamma italo-finlandese ( "che se ne torni in Finlandia"  si mormora, alla stregua di un "ascoltaci o Signore" da messa domenicale, perchè siamo un popolo tollerante e aperto) che ha dato origine al caso, però, ha scelto di attaccarsi a questa dopo tutto minuta questione di principio. Ne è seguito quello che doveva seguirne: la solita massa di imbecilli si è offesa, ogni sorta di mostruosità concettuale e grammaticale è stata espressa con urla, minacce, insulti. Sono nati gli immancabili gruppi su Facebook, con i consueti messaggi che riescono impeccabilmente a fare un impasto omogeneo di ignoranza, stupidità, scarsa immaginazione e odio razziale/religioso. Il controcanto arrivava giorni fa in diretta tv dal nostro  Ministro della Difesa cocainomane, che è stato udito sbraitare cose come "Che possano morire tutti" o simili.
    In questo rigurgito collettivo, non ci siamo fatti mancare nulla e ho beccato più di un individuo a borbottare sommessamente la propria nostalgia per il Duce, mentre i meno originali cantilenavano la solita litania che accusa l'Islam di ogni male del mondo odierno. Non ci vuole una cima a capire che non sono questi gli interlocutori con cui atei, agnostici razionalisti, umanisti secolari e compagnia bella dovrebbero cercare di instaurare una qualche dialettica. Questo è il fondo del barile, e siamo andati a grattarlo con la spazzolina.

    Siamo riusciti a fare la figura dei sofisti rompicoglioni e non ne abbiamo tratto grande giovamento: la sentenza c'è stata, personalmente la condivido anche, ma temo resterà un trionfo simbolico. I simboli e i feticci preferisco lasciarli a chi pratica malamente la religione.
    Chi fa un uso almeno parziale del proprio raziocinio non ha bisogno di queste provocazioni e mi piace sperare che la pacatezza, almeno nei toni, sia il terreno ideale per qualunque dibattito costruttivo. I problemi nei rapporti tra Stato, Chiesa e cittadini ci sono, sono tanti e a volte fastidiosi e ingiusti, ma affrontarli così è controproducente, attira antipatia e può anche compromettere la credibilità delle nostre convinzioni, se tutto quello in cui trovano applicazione è la rimozione puntigliosa di una croce.

    Cerco allora nuovamente di ignorare il frastuono e di rimettermi a dormire, anche se non riesco a reprimere il disappunto che l'intera questione ha sollevato in me.
    Quando insomma stappi con entusiasmo un vaso di Pandora che sai già essere pieno di merda, come ti qualifichi tu che hai avuto la bella pensata? Non c'è sorpresa o delusione nel sentire i soliti sciocchi che berciano e straparlano come da copione, ma non posso non restarci male quando il comportamento da imbecilli viene dalla mia "fazione", quando sinistre forme di integralismo al contrario vengono professate e la tolleranza viene dimenticata da chi dovrebbe farne la propria unica bandiera.

    Direte che la povera signora Lautsi ha dovuto sopportare odio e discriminazione per molti anni prima che qualcuno le desse ragione e per questo poi ha ricevuto anche un compenso pecuniario di per sé assurdo (cinquemila euro perchè il crocifisso ti offende? No, seriously). Mi dispiaccio per lei, ma penso che avrebbe potuto risparmiare a se stessa e a tutti noi l'intera questione. Di Via Crucis ne è bastata una.
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (4)
    categorie: attualità, wtf
    giovedì, 15 ottobre 2009

    I need a fix 'cause I'm going down...

    Sì, potrei essere affetta da una forma di depressione da blog. O potrebbe essere depressione e basta. Invoco l'epoché su questo specifico punto.
     
    Anche se sono tempi strambi in cui la mia facoltà di apprezzare le cose belle è parecchio indebolita e l'apatia mi cola fuori dagli occhi, non vuol dire che non si possano trovare modi per rincoglionirsi a puntino e far svernare le sinapsi durante questo Autumn of our Discontent.
    La fuga ideale, per una nerd pigrona come me, implica quasi invariabilmente uno schermo o un monitor, e un pestare di dita furioso su tastiera, joy pad, wiimote o animale domestico di passaggio.

    Dal giorno del mio ultimo compleanno sono diventata la rightful owner, per la prima volta nella mia vita, di una console. Una bianca e perfetta Nintendo Wii.
    Sono una gamer a scrocco di vecchia data, sono più di vent'anni che mi diletto con le altrui console sin dai primordi dei nastri magnetici. Alcuni highlights della mia gioventù includono lunghissime giocate a Indiana Jones and the Fate of Atlantis e persino la perdita della mia verginità è collegata con una partita a Samurai Shodown IV in cui venni sonoramente sconfitta da un surfista ninja. En passant, Final Fantasy XI Online si è rubato diversi miei anni di vita post-teen, in senso tristemente letterale.
     
    Pur avendo una certa nerdillosa familiarità con stili di gioco più complessi, mi sto godendo l'entusiasmante semplicità d'uso che rende questa console la preferita delle donne. Per chi si fosse messo in onda in questo momento, ricordo che la Wii è quella console che si controlla gesticolando come macachi epilettici.
    Giocare alla Wii costringe dunque ad adottare movenze non proprio aggraziate, a sudare come cammelli e in generale a farsi vedere in pose in cui solo il nostro specchio del bagno dovrebbe avere il diritto di vederci. Per queste ragioni l'uso solitario è generalmente consigliabile, almeno in assenza di bottiglie di vodka nei paraggi.
     
    Le caratteristiche tipiche della Wii, cioè l'essere intuitiva e woman-friendly (sinonimo odierno di idiot-proof) da una parte e lo stile di gioco movimentato dall'altra, hanno convinto gli uomini della Nintendo (che per comodità immaginerò tutti con le sembianze di Super Mario) a marketingare il costoso gingillo con particolari accortezze. In un ipotetico libro sull'argomento, il capitolo a questo riguardo si intitolerebbe "Pimp my Wii: The Money Pit".
    un fedele ritratto di me sulla Balance BoardLa Wii base è solo il punto di partenza: in realtà la console è come una fidanzata esigente e renderà rapidamente necessario l'acquisto di accessori e orpelli dall'utilità variabile, la maggior parte dei quali costa "circa 20€", con la notabile eccezione della Wii Balance Board, che ti sfila di tasca altri novanta omini vitruviani con grande disinvoltura, e del trasversale Guitar Hero, che vampirizza i sudati risparmi dei gamer di ogni credo e piattaforma.

    E' stato studiato di tutto, dal gondoncino per rendere il Wii Mote più ricettivo alle maracas posticce per rendere più credibile l'agitarsi scimmiesco quando si performa una conga virtuale. Abbandonarsi alle richieste sempre più ardite della propria console casalinga può rendere necessarie fonti di reddito alternative, anche illegali.
    Se ve lo state chiedendo, inoltre: sì, esiste il Wiibrator.
     
    Alla luce di tutto questo, non vi sorprenderà apprendere che una buona parte del mio budget estivo, quella risparmiata dalla settimana di perdizione neuronale amsterdamita, è stata liquefatta per appagare i capricci di questo high maintenance toy.
     
    Il danno non si limita alla Wii Balance Board, al Wii Fit e alle conseguenti sedute di hula hoop senza hula hoop e di corsa senza corsa. Oh no, vorrei si limitasse a quello e agli occasionali slalom su mucca di Raving Rabbids. Vorrei si limitasse ai deliranti brawl di Nintendo Smash Bros (oh quanta marijuana nei panel per creare quel gioco). Ma mi sono spinta oltre.
     
    Anni fa vidi un mio "amico" destreggiarsi con Ziggy Stardust and the Spiders From Mars, con le ciabatte ai piedi, la spietata luce del mattino e quella turpe chitarrina finta di Guitar Hero. Giurai a me stessa di fronte a quello spettacolo che mai più l'avrei data a qualcuno che aveva il coraggio di giocare a quella cosa anti-musicale, diseducativa e tragica.
    Beh, in primo luogo venni meno al giuramento poche ore dopo. Secondariamente, i Beatles, la Apple e le contingenze mi hanno messa in scacco il mese scorso.
     
    come stuprare Get BackCome sicuramente qualcuno di voi ricorda, il 09-09-09 è stato decretato un artificiale Beatles Day per dare una sprimacciatina all'immagine della band (come se ne avesse bisogno poi) e - soprattutto - spiumare i fan e i collezionisti sempre pronti a smutandarsi a un solo cenno di Sir Paul e compagnia bella.
     
    La geniale trovatona ha previsto il rilascio contemporaneo di una discografia completa rimasterizzata - un delizioso bon bon da 280€ che ben pochi si procureranno per vie legali - e Rock Band-the Beatles.
    Galeotto fu uno speciale su MTV: dopo tre minuti di presentazione avevo già le pupille dilatate, le fauci secche e la mano al portafogli.
    Il giorno dopo mi caricavo in spalla il pesante fardello e performavo una lunga via crucis per il centro commerciale cittadino.
    La sera stessa, iniziava una folgorante dipendenza, ridicolo chitarrino finto alla mano. Il pomeriggio successivo, sgattaiolavo furtiva fuori dalla FNAC con una seconda fenderina. Quando si dice i corsi e i ricorsi...
     
    Rock Band è l'evoluzione di Guitar Hero e, ne sono certa, uno dei prodromi di una prossima Apocalisse.
    Non ti limiti al chitarrino coi bottoni, puoi anche pestare le bacchette su una pseudo-batteria (di dimensioni real life, peraltro) e, per la gioia di tutto il condominio, anche brandire il microfono. La comparsa di un gioco dalle così devastanti potenzialità d'intrattenimento, sommata alla presenza di una band su cui potrei presentarmi a Scommettiamo Che, mi ha avviluppata nelle sue spire.
     
    E ora sono pure brava.
    Io.
    Io, che mi pregiavo di mettere le mani solo su strumenti veri (quel poco...).
    Io, che ritenevo tutto questo un'antologia di sfigaggine senza precedenti, un gioco per bimbiminkia senza speranza.
    Io, che ora rispondo "Non rompere le palle, è la Beatlemania" quando mi si domanda perchè sto ululando in salotto.
    Io, che ora faccio headbanging sulla mia Stratocaster finta in jeans e reggiseno, mentre owno Helter Skelter al livello Esperto.
     il kit perfetto per alienarsi il vicinato
    Ci voleva giusto l'acquisto del grande fun pack dell'autunno per convincermi a riaprire le porte di casa mia alle visite, e coattare un'intera masnada di amici al gioco forzato. Il divertimento che scaturisce da Rock Band è in rapporto approssimativamente quadratico con il numero di giocatori. One is fun, two's a party, three's a mess, four is Arma-fucking-geddon. E pensate che si può arrivare sino a sei e fare tanto baccano che i poveri John e George che si rivoltano nella tomba non li può sentire nessuno.
    Questo anche tralasciando l'uso improprio che si può fare della batteria, che qualcuno di mia conoscenza ha usato per controllare i comandi di un picchiaduro (il risultato sono movenze che neanche John Bonham on crack..).
     
    Al di là della pura componente casinista poi, mi trovo ad ammettere l'inammissibile. Se si riesce a far sopravvivere il proprio amore per i Beatles alle infinite ripetizioni delle stesse canzoni, giocare - specie ai livelli più difficili - è un buon pretesto per fare molto più caso del solito alle creazioni di Harrison, alle mai scontate linee di basso di McCartney e alle armonie vocali straordinarie che i fab sapevano proporre sin dai tempi del Cavern. Nonostante i tastini colorati da gioco della Chicco, insomma, non lo trovo un gioco così musicalmente deleterio e "suonare" successi inossidabili trattandoli per una volta come work in progress che possiamo eseguire alla perfezione (o anche cannare di brutto) non è affatto un brutto approccio.
     
    Unica pecca grave riscontrata sinora: signori, aggiungete più canzoni, perchè quelle 40 e qualcosa rischiano di causare alienazione e alla lunga anche un po' d'odio. Si rumoreggia già di nuovi song pack in arrivo nei prossimi mesi, però...
     
    Così insomma, e in modi anche peggiori, intrattengo in questo periodo le meningi apatiche facendo fare loro ripetuti cicli di lavaggio a vuoto. Sinché questa zucca stronza non si sentirà meglio ed elaborerà qualche soluzione provvisoria per arrivare viva alla fine del 2009. Con qualche callo alle dita e le corde vocali strinate, ma viva e - forse - senza danni permanenti.
    domenica, 11 ottobre 2009

    Forse ho identificato il problema...

    blogdepression-1blogdepression-2blogdepression-3E grazie a quest'altro blog per l'aiuto involontario.

    I'll be back. Eventually.

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (2)
    categorie: link, cose un pochetto emo
    martedì, 01 settembre 2009

    Radio, what's new?

    Da poche ore Agosto è finito e un intero mese di affetti, viaggi, musica e vari breakdown emotivi è stato riposto con cura nel suo cassettino.
    Io questa cosa delle ferie d'Agosto non l'ho mai davvero capita: non mi è chiaro perchè in un mese in cui spesso si è già sudati non appena usciti dalla doccia venga a tutti questa smania di muoversi e spostarsi mentre forse, a rigor di logica, sarebbe più saggio riversare questa fiacchezza nel lavoro che non nel proprio tempo libero. Ma tant'è, ci si casca sempre. 
     
    Un bagaglietto di ricordi che mi porto dietro da tanti Agosti diversi, e in cui mi piace occasionalmente sbirciare, è legato alla musica, ai finestrini aperti, all'avere i capelli pieni di sale, le guance arrossate, zero trucco e - miracolosamente - a battermene le palle e vivere per una volta il momento. E' una specie di momento topico, legato a persone, luoghi ed estati differenti, ma a suo modo sempre uguale a se stesso.
     
    Se dovessi distillare questa sensazione, avrebbe la stessa consistenza e lo stesso profumo della crema solare con la papaya e il cocco di cui mi sono cosparsa sino a una settimana fa. La terrei in una boccettina e la annuserei ogni tanto durante l'inverno, quando i centimetri quadri di pelle esposta planano verso lo zero, per mano con la temperatura.
     
    A ogni apertura, la boccetta proporrebbe una canzone diversa. Di questo juke box personale fa parte un corpus di brani che ho assorbito soprattutto grazie alle meravigliose FM di classic rock che si prendono negli Stati Uniti e che mi si sono fissate in testa come "le canzoni da ascoltare in macchina d'estate". Una specie di graditissimo imprinting di brani che in America sono sempre stati famosi ma che, per circostanze misteriose, sono arrivati alle mie orecchie per la prima volta dagli altoparlanti un po' gigi dell'ormai mitologico Chevy Blazer rosso.
     
    Prima che venga freddo, ho il pallino di suggerirvi qualche brano che continuerà a odorare d'estate anche quando la tintarella sarà ridotta a un debole alone intorno alle tette.
     
    Gli Steely Dan sono una band da autoradio, non c'è storia. Almeno è questa l'idea che ti fai quando il primo contatto che hai con loro avviene mentre stai facendo una svolta complicata sulla statale, contemplando distrattamente un tramonto in un posto molto, molto lontano da casa. Ci ho messo più di quanto sia sano a capire che canzone fosse ma, una volta identificata correttamente, Reelin' In The Years  (1973) è diventata una delle mie canzoni preferite. Pure a Jimmy Page garba tanto, dice, e va matto per il solo di chitarra: se non vi volete fidare di me almeno fidatevi di lui, con questa inconsueta e totalmente catchy serie di recriminazioni sarcastiche a un amore passato, così full of shit da averci allegramente rovinato la vita. Se non vi piace - e già dubiterei di voi - provate come piano B ad ascoltare Do It Again sinchè non vi ritrovate a tenere il ritmo delle percussioni col piede sull'acceleratore.
     
    I Bad Company erano un gruppo con tutte le carte giuste per essere molto famoso: supergruppo creato dai frammenti di band di talento, lo stesso manager degli Zeppelin, un vocalist - Paul Rodgers - che è stato ritenuto degno di prendere il posto una volta occupato da Freddie Mercury (e neanche del tutto a torto, lo dico persino da fan maniacale dei Queen). Per qualche ragione, però, la memoria collettiva non ha concesso loro il posto che meriterebbero e vorrei spezzare una lancia in loro favore con Feel Like Making Love  (1975), che tanto bene si sposa con i mood arrapati che spesso attraversano me e senz'altro anche voi, e tanto bene si presta ad essere ululata sguaiatamente dai finestrini in lunghi "Feeel like maaaaakiiing loooove tooo YOUUU". Se la voce di Rodgers vi piace, potreste servire Shooting Star come contorno e, se proprio ne volete ancora, la più celebre All Right Now della sua precedente band, i Free.
     
    Ricordo che stavamo cercando di uscire dal parcheggio di un multisala progettato da qualche architetto cretese e mi giunsero dagli altoparlanti le prime note di Dream On degli Aerosmith (1973). E' scandaloso che l'abbia sentita così tardi, e aggiungo che ho subito nutrito un po' di diffidenza per quella voce giovane e ben più limpida di quella che di solito associamo a Steven Tyler. Devi crederci, come atto di fede dapprima, e poi verso la fine il sig. Tyler ci fa la cortesia di mollare qualche urlo che lo identifica immediatamente. E allora la voglia di fare un po' di sing for the laughter, sing for the tears ti viene davvero.
     
    Gli Steppenwolf nel loro sfatto splendoreGli Steppenwolf. Ecco, gli Steppenwolf ce li ricorderemo sempre come quelli che hanno regalato al mondo Born to Be Wild, sul cui galoppo di batteria non ci si può mai dimenare abbastanza. Qui già sfido molti a fare altrettanto, ma il bello è che quando ti metti ad ascoltarli meglio scopri altre cose godibilissime, quasi tutte fatiche late '60s/early '70s, come Magic Carpet Ride (1968). Come si suol dire, close your eyes girl, look inside girl, let the sound take you away: in effetti ho anche pensato a loro, mentre il mio organismo veniva colonizzato dalle spore allucinogene ad Amsterdam. Per la precisione, pensavo che stavo facendomi un magic carpet ride attaccata alle frange del tappeto con una mano, mentre urlavo e sgambettavo nel vuoto. But I digress.
     
    Anche se forse molti associano Stuck in the Middle with You degli Stealers Wheel a una turpe e cruenta scena di di Reservoir Dogs, io la ricordo come una di quelle canzoni che la gente si affolla a cantare nell'unica line che conoscono tutti "clowns to the left of me, jokers to the right, here I am stuck in the middle with you", per poi miagolare il resto a suon di "mm mm mmmh" facendosi tap tap sulle ginocchia.
     
    Se non avete mai sentito una chitarra fischiettare, credo che dovreste ascoltare o riascoltare The Joker di Steve Miller, mentre la restante gamma di suoni che possono uscire da una chitarra elettrica naturalmente vi manderei a cercarla da Jimi, la cui sempreverde Foxy Lady non ha mai davvero smesso di affollare le frequenze radio.
     
    Black Betty è una canzone la cui età si aggira intorno ai 70 anni, resa celebre da una valanga di cover, di cui la più popolare al giorno d'oggi è forse quella proposta da Tom Jones, quel laido individuo, una manciata di anni fa. Se però volete ascoltarne una versione seria e cazzuta, quella dei Ram Jam è meritevole di crisi compulsive di air guitar.
     
    Ann & Nancy WilsonDevo a 105.9 The Rock la scoperta degli Heart, dritti dal cuore degli anni '70 e soprattutto dritti da Vancouver. Se hai i miei gusti musicali e ti piacciono le voci femminili, non hai poi così tante opzioni: puoi scegliere Grace Slick - il bel topone dei Jefferson Airplane, quella simpatica pazzoide di Janis, oppure ascoltarti che cosa sa fare la poderosa ugola di Ann Wilson, vocalist degli Heart, mentre la bionda sorellina Nancy ci dà dentro con la chitarra. Magic Man  (1976) parla di una sbandata adolescenziale con tanto di fuga con il bel tenebroso di turno e io vi sfido a stare dietro a tutti i "try to understand" con cui Ann ci chiede di capirla, giustificandosi maliziosamente con "he's got the magic hands".
    Un'altra all time favorite radiofonica è Crazy On you, il cui intro di chitarra visto live può indurre qualunque donna a fantasie saffiche. Se il limite di velocità della strada su cui vi trovate è inferiore ai 200, allora mi esimerò dal consigliarvi l'energica Barracuda. Fate finta che non vi abbia detto nulla, anzi.
     
    Se vogliamo temporaneamente riprendere il discorso Southern Rock, gli Skynyrd di cui tanto ho cantato le lodi vengono a me dritti dritti dalla radio, e se volete loro affiancare una degna, degnissima band della Georgia, vi indirizzo dritti su Ramblin' Man (1973) della Allman Brothers Band. The Allman Brothers BandChe poi è solo un assaggio di una discografia tutta da esplorare anche quando parcheggiate l'auto e rincasate e di cui - vi butto lì un titolo - l'epica Whipping Post, con i suoi tempi intricati e originali, può costituire un buon inizio. Senza neanche scomodare il leggendario nome di Duane Allman, vi dico che la band ha due batteristi. Non un batterista e un percussionista, ma proprio due batterie: it doesn't get much cooler than that.
     
    Mentre auguro a tutti voi di avere ancora tante chance di rilassarvi on the road, se non questa estate senz'altro la prossima, io per oggi i miei suggerimenti ve li ho dati. Fatene buon uso :) .
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (6)
    categorie: musica, ricordi, in giro
    mercoledì, 26 agosto 2009

    Are you experienced?

    Come ogni brava nerd lasciata raminga per la rete, ho la tendenza a finire in quelli che chiamo lunghissimi Wikitrip che mi portano di solito, dopo due o tre ore di trance e cliccamenti, a sapere un sacco di informazioni dettagliate su argomenti delle più improbabili fogge, dalle statistiche di incidenti del CRJ700 (zero!) ai rituali di corteggiamento dei lamantini, senza dimenticare il terraforming nelle sue varie forme ipotizzabili. Di tutte queste informazioni, circa il 90% lascerà il mio cervello entro pochi giorni, mentre il resto verrà rigirato tra le mie meningi come in una betoniera per diventare quel pastone confuso e variopinto con cui amo rompere il ghiaccio e intrattenere i miei pochi e coraggiosi interlocutori. Sono come Google in carne ed ossa, se Google funzionasse pessimamente e si scordasse le cose a metà discorso.

    Per Wikitrip, in senso esteso, intendo anche le lunghe permanenze su IMDB, saltellando come una Tarzan ritardata di film in film. Una feature affascinante di IMDB, anche se spesso trascurata, sono le plot keywords, spesso occultate per chi non gradisce gli spoiler (c'è anche la favolosa keyword autoreferenziale "Spoiler in keywords", tipo "Twist in the end"), che praticamente scompongono e destrutturano un film ai minimi termini, in dettagliate micro-unità narrative. Praticamente, IMDB tagga i film come i blogger più diligenti taggano i loro post. Io con i tag non sono mai stata particolarmente brava, ma mi è venuto in mente che, nel raccontarvi questi ultimi giorni, potrei anche io taggarmi le vacanze.
     
    Direi che i tag più grossi del soggiorno olandese potrebbero così riassumersi: #mancanza di sonno, #paura di volare, #albergo microscopico e più lontano dal centro di quanto non sembrasse online, #lunghissime camminate logora-suole, #caldo, #vento, #cucine internazionali, #musei, #biciclette, #allucinogeni, #trip lunghissimi.
     
    Premessa banale: Amsterdam è una città meravigliosa, quel genere di luogo in cui probabilmente, anche se ci vivi e lavori ogni giorno, puoi ancora percepire il lato bello, rilassato e vacanziero della vita. Lo senti per strada e lo vedi nelle persone del posto, che sembrano quasi invariabilmente gente che a tutte le età se la vive proprio bene.
     
    Non è perfetta: le case alte, strette e profonde tendono al claustrofobico spinto, aleggia una certa lordura e molta incuria dilagante, anche se spesso mista a dettagli graziosi. Mi ha ricordato alla lontana alcuni catafalchi da trailer park che ho visitato in America, capacissimi di avere chiodi arrugginiti in bella vista nel prato grigiastro, rottami d'auto dimenticati ma anche bellissime fioriere cariche di piantine e romantiche lucine decorative montate ovunque.
    Anche Amsterdam l'ho trovata alquanto carica di angoli squallidi e sporchi, data anche l'apparente assenza di cassoni della spazzatura, ma è uno squallore subito addolcito da tanti piccoli tocchi gentili che hanno un che di personale, dato anche che gli olandesi vivono l'intimità casalinga in modo alquanto espanso e spesso, costeggiando un canale, puoi imbatterti in famigliole locali che mangiano tranquillamente per strada con il tavolo portato da dentro casa. Questo per non parlare delle finestre degli appartamenti, che ridefiniscono il concetto di privacy come l'ho conosciuto sinora e di cui le famose donnine in vetrina nel Red Light District non sono che la prosecuzione naturale.
    Un accorgimento particolare, di cui chiunque sia in visita può rendersi conto immediatamente, è che i pedoni ad Amsterdam devono subito adattarsi a sentirsi l'equivalente degli insetti, laddove le biciclette si credono persone, e i motorini biciclette. Quasi nessuno ha la bici fica e si vedono soprattutto sgangheratissime e anzianotte biciclettone da passeggio, che sfrecciano rumorosamente a velocità allarmanti nelle loro corsie, spesso più facili da individuare delle aree calpestabli.
    Sentire un campanello da bicicletta mi indurrà pavloviani riflessi di panico ancora a lungo, credo, e se dovessi sentire l'intermezzo di Bicycle Race in questo momento probabilmente mi stenderei a terra fingendomi morta come un opossum.
    La città è anche infestata dai gatti, e molti vengono lasciati nelle vetrine dei negozi durante la notte a fare la guardia. Vi giuro.
     
    Un capitolo senz'altro lieto è quello dedicato al cibo: in certe zone di Amsterdam non hai che da chiudere gli occhi e aprire le narici per farti trasportare in ristoranti che servono piatti da tutto il mondo e, con molta gioia, mi sono coccolata con una cucina diversa ogni sera, mentre di giorno potevo intrattenermi assai piacevolmente con croissant grassocci al prosciutto e formaggio, nel mio piccolo paradiso fatto di Gouda Kaas. Se siete in città, vi consiglio, non fatevi sorprendere dalla sete se non siete in un supermercato, o sarete pelati di tutti i vostri risparmi per la più piccola delle bottigliette di acqua Spa Reine (che apparentemente detiene il 90% del mercato dell'acqua e misteriosamente è imbottigliata in Belgio).
     
    A fare da sfondo a quasi tutte le mie peregrinazioni è stato spesso un soffuso afrore di marijuana, talvolta piacevole e talvolta un po' invadente, ma comunque inevitabile, specie nell'intricato e pittoresco labirinto dell'Oude Zijde, costellato di coffee shop piccoli ed intimi, di luci al neon che illuminano belle ragazzotte intente a vendersi e di sexy shop con allarmanti oggetti esposti in vetrina, come butt plug che darebbero del filo da torcere a una giovenca. In questo peculiare centro storico, quello che conferisce gran parte del colore locale e rende Amsterdam molto popolare tra i gggiovani, bisogna per lo più strisciare nelle intercapedini tra gli altri turisti e tenersi stretti per mano se non si vuole perdersi/cadere in un canale/trovarsi in una vetrina.
     
    Devo ancora capire se la maggior parte dei turisti di Amsterdam sia costituita davvero da italiani o se non sia una mia curiosa bias di giudizio, frutto della combo settimana di ferragosto + vicinanza della passera. Certo fa un curioso effetto vedere anche le occasionali comitive di turiste e turisti più anzianotti che occhieggiano per il quartiere a luci rosse con l'espressione di chi non c'entra assolutamente nulla ma si sta divertendo lo stesso, mentre più di una signora lascia il cuore sul super vibratore pivottante col coniglietto che fa capolino praticamente da ogni pornovetrina (e che non ho potuto esimermi dall'acquistare, naturalmente).
     
    Per riassumere quanto detto sinora, il solo trovarsi ad Amsterdam - il respirarla, mangiarla, camminarla - è un'esperienza per molti versi inebriante, e un tramonto passato a sbocconcellare dolcetti seduti coi piedi penzoloni su un canale può costituire un momento pericolosamente vicino alla felicità eterna.
    Amsterdam, però, è anche musei e cultura, e qualche passo in quella direzione l'ho fatto.
    Se non vai al Van Gogh Museum, del resto, sei un pirla, e persino una ruspante capretta come me è riuscita ad apprezzare quella paurosa esposizione di opere che seguono ogni aspirazione, ogni tappa, ogni mania e complesso vissuto dal sig. Vincent e da quella povera vittima di suo fratello Theo.
    Sono anche riuscita a godermi a sbafo una selezione del museo di Arte Moderna, al momento chiuso per ambiziosissimi lavori di ristrutturazione, da cui nonostante la mia sommaria avversione al genere ho tratto qualche spunto interessante, come quando mi sono trovata davanti a oggetti di design che sembravano sfornati dall'Ikea l'altro ieri e che in realtà erano vecchi di quasi cent'anni.
    Ho saltato il Rijksmuseum, quello dove è esposto Rembrandt per intenderci, e soltanto perchè mi serve un bel pretesto per tornare al più presto.
     
    Dettaglio In circostanze mentali su cui non voglio soffermarmi ora, ho visitato il museo Coster dei diamanti - esperienza simpatica se si hanno 40-50 minuti da ammazzare, ma le visite più divertenti sono probabilmente state quelle al capitolo olandese del Museo di Madame Tussaud e ad Artis, il gigantesco complesso verdeggiante che ospita l'antico zoo di Amsterdam, nella talvolta trascurata zona Est della città.
    Le statue di cera sono state aggiornate di recente, tanto che all'ingresso ho dovuto schivare con la forza una foto a braccetto con Barack Obama, di quelle che poi te le trovi a fine percorso in vendita a 10€, e - dopo aver di poco evitato di sciogliermi in cacca nella sezione dungeon spaventosa - mi sono trovata faccia a faccia con George W. Bush con valigia e biglietto aereo per destinazioni lontane.
    Sono finita a letto con Robbie Williams, ho sbirciato nella scollatura di Angelina Jolie, ho fatto il carretto a Ronaldinho (la foto accanto ritrae un particolare) e ho fissato perplessa una statua poco somigliante di David Bowie, mentre in mezzo a George Clooney e Johnny Depp mi sono trovata alquanto a mio agio.Nutrie ciccione
     
    Se nel pagare il biglietto per entrare in Artis stavo già avendo qualche genovesissima rimostranza interiore, mi sono dovuta ricredere quando dopo ore e ore di vagabondaggi ho continuato a trovare bestie nuove, tra cui dei favolosi capibara e un branco di nutrie mangione che mi sono rimaste nel cuore. Di base non ho grande affezione per gli zoo, per qualche tenue motivo animalista, ma mi sono trovata di fronte a un complesso che lasciava alla maggior parte degli animali un sacco di spazio e permetteva a tutti di ricordarsi dell'esilerante varietà di forme di vita che condividono il pianeta con noi, senza contare che molte delle specie che si trovano lì sono il frutto di generazioni di animali nati e cresciuti in cattività (lo zoo esisteva già nell'800) e che, nel caso specifico, un'eventuale messa in libertà avrebbe ben poco senso.
     
    E ora vi starete domandando se ho usato qualche droga, sicuramente.
    Io e gli stati mentali alterati non andiamo particolarmente d'accordo: le mie prime, e poche, ubriacature risalgono a non molto tempo fa e non sono eventi che mi mancano particolarmente.
    L'anno scorso a Maggio sgattaiolai fuori dall'albergo (sempre ad Amsterdam) e "mi godetti" ( = "non smisi di tossire per un'ora") la mia prima e unica canna, in nome dell'anarchia, la notte prima di una fiera di settore. Tra l'altro, senza il minimo effetto.
    Mi era rimasto però un certo desiderio di sperimentare, perchè mi piace provare le cose - belle o brutte - e trarre le mie conclusioni da sola. Non è un principio che applicherei proprio ad ogni droga, anzi, ma c'erano certe cose che la piccola hippy mancata in me voleva provare.
    Quest'anno ero convinta di essere immune alle droghe, e non avevo nessuna voglia di bere o fumare. Ma avevo fame, e ci siamo trovati qualcosa di interessante da ingollare. Ho inaugurato il soggiorno con un muffin arricchito di hashish in un piccolo ma molto grazioso coffee shop nascosto in una traversa di Kalverstraat (la via dello shopping, ribattezzata "Via XX" per comodità), su precisa raccomandazione. A conferma delle mie previsioni, sono andata a letto sentendomi esattamente come prima, salvo alzarmi nel cuore della notte e trovarmi un po' intontita a fissare il buio in piedi in mezzo alla stanza.
    Pensavo che fosse il massimo dell'alterazione a cui potevo arrivare, e con questo spirito, una mattina, io e il concubino ci siamo mangiati 5 grammi di Psilocybe Mexicana a testa, cioè metà di una dose minima per principianti. L'idea era "dai, finisco di truccarmi, vediamo che ci fa 'sto funghetto e poi ce ne andiamo in giro". Non prevedevo che le maledette spore avrebbero impiegato così poco a entrare in circolo. Il tempo di finire di darmi il mascara ed ero entrata in un sub-mondo in cui i miei occhi lacrimavano aperti e sbarrati, in cui sulla mia faccia stava stampato qualcosa di simile a un ghigno a trentadue denti e in cui non mi rendevo davvero conto della forza che mettevo in quello che facevo. In cui le mie dita lasciavano strane scie ottiche, in cui il quadro appeso nella stanza si muoveva in un turbinio di nuvole invitante e sulla porta del bagno si materializzavano facce. In cui gli spazi si piegavano in modi surreali e il display del mio cellulare - da cui mandavo messaggi un po' spaventati e un po' allucinati alle amiche - mi sembrava estremamente affascinante. Ho capito in quelle sei ore di trance che i video che passano su MTV sono tutti concepiti da gente sotto effetto di allucinogeni, e in quel momento mi sentivo in strana sintonia con tutte le immagini colorate e frenetiche che passavano sullo schermo. Il fidanzato sostiene di aver visto il Cosmo, beato lui.
    Piano piano, lasciandomi un certo mal di stomaco, l'intossicazione è finita, lasciandomi il desiderio di non riprovare più niente del genere. Forse l'ho vissuto in un contesto sbagliato, ma di viaggi simili sento di poter tranquillamente fare a meno, anche se coloro di voi che hanno questa curiosità probabilmente mi crederanno solo dopo averlo provato a loro volta.
     
    Quella che invece ora posso raccontare come una buffa esperienza ma che lì per lì mi ha persino spaventata è stata la space cake cioccolatosa che mi sono concessa per ridere l'ultima sera, fiduciosa che gli effetti sarebbero stati simili a quelli del muffin. Per la precisione, la *mezza* fetta di space cake che mi è stata elargita al Kadinsky (sic), in una traversa di Rokin.
    Sono stata due ore tranquillissima e all'improvviso, praticamente da un minuto all'altro, è stato come trovarmi ubriaca fradicia, ma peggio.
    Questa tortina mi ha messo ancora più dubbi sul perchè stare in botta possa ritenersi uno stato desiderabile per alcuni.
    Al di là della piacevole sensazione di volare quando mi sedevo, non ho mai provato lo stesso completo spaesamento insieme a una perdita quasi totale della mia memoria di lavoro.
    Parlavo e mi sembrava che fosse un'altra persona a farlo, rispondevo alle domande con dei tempi di reazione da bradipo. Tutto quello che era accaduto dieci secondi prima mi sembrava un evento lontanissimo e confuso, ogni istante era come un risveglio. La mia percezione del tempo era completamente a puttane e ricordo eventi successi in 20 minuti di orologio come se nel frattempo fossero trascorse ore.
    Al di là di questo, avevo le gambe insensibili, gli occhi rosé e le pupille così dilatate che quando mi stavo per addormentare mi sono domandata se non stessero per esplodere. Io sento sempre parlare di fame chimica, ma mi sentivo la bocca secca come una miniera di carbone, l'acqua aveva un sapore disgustoso e potevo sentire ogni briciola di biscotto scendermi per la gola con un fastidioso strascico dolcissimo.
    Mentre ero in quello stato penoso, completamente inane e consolata solo dalla sobria presenza della mia metà, continuavo solo a domandarmi e a domandare "Ma passerà? Vero che passa? Finisce eh?" in un tripudio di panico, perchè era l'ultima sera e l'idea di mettermi a fare la valigia - o di iniziare una qualunque attività non completamente meccanica - mi sembrava di una complessità devastante. Direte che forse questo condimento di preoccupazioni ha trasformato una potenziale esperienza interessante in un bad trip, ma non penso avrò il desiderio di fare la prova del nove per un po'.
    Il punto è che al risveglio il giorno dopo ero lungi dallo stare meglio, e la percezione del tempo era ancora allegramente andata. Non raccomando a nessuno di fare una valigia e prendere un volo in coincidenza in quelle condizioni, è stata una delle esperienze più ansiogene che abbia vissuto e ho cominciato ad emergere dal mio buco nero quasi 24 ore dopo l'infelice assunzione, mentre mi trovavo a Parigi a imbarcarmi sul piccolo CRJ700 (su cui abbiamo inscenato Escargots on an Airplane in omaggio ai cugini francesi).
     
    Con questo non che voglia predicare mammescamente "stay away from drugs", visto che per prima ho voluto vivere questa cosa sulla mia pelle. Se dovessi però darvi un parere spassionato io direi proprio che non ne vale la pena e che si possono raggiungere stati mentali molto più high senza assumere nessuna sostanza. Come quando si è presi da qualcuno. O si ascolta dell'ottima musica insieme. O ci si lascia andare in danze demenziali sulla spiaggia sotto la proverbiale trapunta di stelle. O come quando si raggiunge una così bella sintonia con una persona che sai di poterle dire tutto senza neanche l'ausilio alcolico di un MonChéri. Diamine, si possono raggiungere stati mentali più interessanti anche a soffrire per qualcuno, paradossalmente.
    Ovattare questa ricchezza di sensazioni mettendola a marinare in qualche droga è in ultima analisi del tutto non necessario, ma mi fa piacere poterlo dire a ragion veduta.
     
    Dopo Amsterdam, sono riuscita a infilare un breve soggiorno in terra di Sardegna, molto rilassante, molto piacevole e molto necessario ed è più col ricordo nostalgico della spiaggia assolata di Chia che con i fumosi ricordi della mia breve esperienza con le droghe che mi faccio scudo oggi contro quel persistente bad trip senza fine che mi perseguita otto ore ogni giorno.
    venerdì, 14 agosto 2009

    Packing up

    Hurry down the highway
    Hurry down the road
    Hurry past the people starin'
    Hurry hurry hurry hurry...
    Queen - Dead on Time

     

    Può bastare una settimana, una misera settimana, a ricaricarsi dagli ultimi mesi di angherie e stupri all'ego elargiti generosamente dal quotidiano film dell'orrore altrimenti noto come "la mia vita lavorativa"?

    La risposta è naturalmente "no, assolutamente no". Ma io domani sul mio aeroplanino per Amsterdam ci salgo lo stesso e, se l'astrazione geografica non risulterà bastevole, farò in modo da corroborarla con tutti i mezzi chimici a disposizione. Ho pure comprato due guide, una standard ...e una meno.
    Trattengo solo un po' di angoscia al pensiero di capitare di nuovo in un hotel con scale in stile olandese (all'incirca verticali), ma voglio essere ottimista.
     
    Dopo il mio pienone di Van Gogh, biciclette assassine, canali illuminati, donnine in vetrina e dildi spaziali, spero almeno di essere così stanca da non ricordarmi chi sono.
    Perchè a fuggire per davvero mi sa che ormai ho rinunciato.
    venerdì, 24 luglio 2009

    One More From the Road

    Questa bella estate calduccia mi ha messo il cervello in mezze maniche e mi ha appiccicato addosso una gran voglia di guidare senza meta, di chiudere gli occhi e rivangare nei ricordi belli e brutti, di cantare insensatamente. Attività che cerco almeno di non praticare tutte insieme, specialmente per quanto riguarda la parte in cui chiudo gli occhi col volante in mano.
     
    Il giorno in cui mi troverò seriamente senza nient'altro da fare o da pensare, dovrò stilare una lista di tutte le canzoni che è assai imprudente ascoltare quando si è alla guida, quelle Red Bull di energia in formato sonoro che possono trasformare la più mansueta delle conducenti in un pericolo pubblico armato di volante e arroganza, una bizzarra dea Kalì con quattro piedi sull'acceleratore.

    Questa ipotetica lista ha ancora contorni opachi, ma in questo momento mi viene in mente almeno una canzone che si farebbe strada senza problemi sino alla Top 10 e che, nei giorni passati, potrebbe anche aver innescato una catena di eventi che tra un paio di mesi vedrà me protagonista, con una raccomandata del Comune di Genova in mano e amare lacrime di coccodrillo negli occhi.
    Userò questo spunto come pretesto per l'ennesima favoletta rock'n'roll che mi appresto ad ammannirvi.
     
    Se dico "Lynyrd Skynyrd" un sacco di voi strabuzzeranno gli occhi, almeno sino al momento in cui non si renderanno conto che sì, il nome della band è pronunciabile (il titolo del loro primo album spiega appunto come farlo) e che almeno una canzone loro la conoscete anche voi ed è sicuramente Sweet Home Alabama. Sì, i Lynyrd Skynyrd sono "quelli di Sweet Home Alabama". Vedo già le espressioni facciali che mutano dal perplesso al divertito sulle prime note di chitarra. Fermi lì però, non è di lei che intendo parlarvi.
     
    Giusto per inquadrarli in una corrente di riferimento, gli Skynyrd sono considerati i dinosauri del cosiddetto Southern Rock. Qui da noi potrà essere un concetto alquanto nebuloso e lontano, ma nelle pianure del Tennessee e stati limitrofi, dove la gente ama esporre le bandiere sudiste forse anche più delle onnipresenti stelle e strisce, è qualcosa di simile a un'istituzione ed è una forza aggregante per vaste fette di popolazione statunitense: in questo caso più che mai, invito caldamente a non giudicare una band dal suo pubblico medio, che - in effetti - è davvero composto anche da redneck paonazzi e da quel genere di persone che sei lieto di evitare quando non ti rechi negli Stati del Sud.
     
    Come saprete, la storia canonica del rock ama i botta e risposta e le traversate transoceaniche: nasce in America, emigra in Inghilterra e dopo poco ritorna in patria sotto forma di tsunami. Per non rimanere annientato da quella che storicamente amiamo ricordare come la British Invasion, il rock americano organizza la resistenza e il Southern Rock crebbe di popolarità anche come forma di revanche autoctona che attinge a piene mani dal blues e dal country.
    Si possono fiutare facilmente tutte queste correnti, nella musica degli Skynyrd, ma non pensate di trovarvi di fronte a colonne sonore da saloon o festa di paese, perchè la vena principale è indubbiamente hard-rock ed è appetibile per molti palati, forse anche per il vostro.
     
    "Long live Southern Rock" è un motto che non è difficile udire in molti Stati del Sud e l'amore per i Lynyrd Skynyrd è così pervasivo e assodato che, per farvi un esempio triviale, ho visto in molti department store - come dire l'Upim da noi - non solo magliette e pigiamini, ma persino biancheria sexy a loro dedicata.
     
     
    La storia degli Skynyrd comincia nella seconda metà degli anni '60 ed è lunga e complessa: è dura anche solo stare dietro alle numerose variazioni nella loro formazione, numericamente paragonabile più a un reggimento dell'esercito che a un'ensemble rock. A segnare le vicissitudini della band è soprattutto un clamoroso e tragico evento, che de facto ne ha determinato la fine: le formazioni successive, inclusa quella che ancora oggi se ne va in tour con lo stesso nome, hanno ben poco del nucleo originale. I cosiddetti Lynyrd Skynyrd di oggi mantengono un valore soprattutto di omaggio e tributo, a mio avviso con esagerazioni un po' pacchiane di orgoglio sudista e generica tamarraggine, ma sempre con immacolato rispetto per il passato storico.

     
    Ma che cosa è successo mai alla band, vi chiederete voi? Se, come me, cadete facilmente vittime di affascinata malinconia nel leggere del rock e delle sue tragedie, credo che saperne di più sulla storia degli Skynyrd potrà interessarvi e commuovervi, trattandosi - penso indiscutibilmente - della band più sfigata al mondo.
     
    Nell'ottobre del '77, al culmine della notorietà, la band aveva noleggiato un piccolo charter privato per spostarsi in tour. L'aereo non dava molto affidamento a nessuno e si era coralmente deciso di servirsene solo per raggiungere una tappa in Louisiana per poi disfarsene. Ironicamente, si trattò in effetti dell'ultimo volo del Convair, che precipitò in una palude del Mississippi, uccidendo sul colpo tre membri del gruppo, oltre ai piloti. Quelli che non rimasero uccisi ci andarono molto vicini. Il loro batterista, Artimus Pyle (che secondo me era in testa al creatore dei Transformers quando ha pensato al nome Optimus Prime), fu uno dei pochi abbastanza in forze da strisciare fuori dai rottami per chiedere subito aiuto, e si vocifera che sia stato accolto da un villico locale a fucilate, un caso poco edificante di ospitalità del Sud.
    A leggere di come andò la vita per i membri superstiti negli anni successivi, non c'è da sentirsi meglio: incidenti stradali, paralisi, carcere, morti misteriose, infarti. L'angelo custode degli Skynyrd sta dormendo sul lavoro da circa trent'anni: guardate uno dei loro live registrati nel '76 e nel '77 (come questa galoppante Saturday Night Special) e ora pensate che di tutta la ciurma sul palco sono ancora in vita solo due persone. Dopo queste constatazioni incredibilmente deprimenti, forse capisco ancora di più perchè i Lynyrd Skynyrd vantino un seguito di pubblico così devoto e affettuoso.La formazione pre-crash
     
    Ora, io vi parlo da esperta e con la consueta spocchia, ma non fatevi ingannare: la prima volta che sentii gli Skynyrd fu in auto nel 2005 nel parcheggio di un Wal Mart e, quando chiesi al fidanzato che cosa stessimo ascoltando, mi guardò stralunato e disse "Non conosci i Lynyrd Skynyrd?" con la stessa intonazione di chi chiede "Non sai che c'è la gravità?", interrogativo a cui eloquentemente risposi "No, io questo Leonard Skinner non l'ho mai sentito. Ma non è un personaggio dei Simpson?" (senza saperlo, però, azzeccai l'origine del nome: una storpiatura del nome di un professore di educazione fisica che amava vedere nei primi ragazzi con i capelli lunghi i segni dell'Apocalisse). Il fidanzato si diede poi di gomito con la sorella e insieme risero, divertiti dalla povera demente che non conosceva gli Skynyrd.
      
    I temi affrontati dalla band sono una mistura sorprendentemente armoniosa di spirito del Sud e racconti on the road, con afflati di indomito amore per la vita poco sofisticata e la libertà. Ascolti la loro musica e puoi vivere le fatiche quotidiane della classe operaia statiunitense, le scampagnate sul pick-up, i barbeque nel back porch e le birrette serali. Senti quanto di buono può mostrare quella gente, oltre alla tamarraggine ignorantella e autocompiaciuta per cui forse sono più celebri: una disarmante bontà d'animo, grande generosità e un'indefinibile malinconia.
    Di tutto questo gli Skynyrd sono un vero distillato sonoro, e alcune loro canzoni sono diventate né più né meno che inni, di cui l'esempio più roccioso, senza nulla togliere alle emozionanti Simple Man e Sweet Home Alabama, è senza dubbio Free Bird.
    Spero che nessuno stia facendo "Sciaff" con il palmo della mano sulla fronte, ricordandosi di averla suonata con Guitar Hero II. Nel caso, filate dietro la lavagna.
    Free Bird sta agli Skynyrd come Stairway to Heaven sta ai Led Zeppelin: è la canzone che tutti vogliono ascoltare, la più suonata dalle radio, la più scelta persino per funerali e commemorazioni, per il tema - comune alle due canzoni - della partenza, dell'ascesa, del letting go.
     
    Il singolo di Free Bird, circa le cui chance di successo la band stessa nutriva forti dubbi, fu pubblicato nel 1974 e la canzone viene ancora chiesta a gran voce ai concerti. Ai concerti di chiunque, secondo uno dei più inveterati tormentoni rock della scena live americana. Un po' si fa sul serio e un po' è per tener viva la tradizione che voleva che i Lynyrd Skynyrd dei bei tempi tornassero in scena a suonare l'amatissima ballad solo al secondo bis, con il pubblico ormai praticamente impazzito e senza più voce.
     
    In Free Bird, come ci si può aspettare dal titolo, si parla della necessità di essere liberi, di non ancorarsi a nulla e andare avanti per la propria strada a tutti i costi, anche contro ogni buon senso. Messaggio struggente, condivisibile tanto dal biker che tracanna Budweiser quanto dalla responsabile marketing maniaco-depressiva, che possono anche abbracciarsi durante il lamentoso giro di slide guitar di Gary Rossington tra sparute note di piano e cantare insieme "Loooord knows I can't change" con tanto di accendino e lucciconi. E la canzone sarebbe già bella sin qui, come lenta ballata all'anarchia spirituale.
     
    Allen Collins e Gary RossingtonQuesta bimba, però, è una Layla al contrario. Vi ricordate Layla, quel virtuoso intreccio di chitarristi epici come Eric Clapton e Duane Allman? Scoppietta e garrisce per la prima metà, fluisce malinconica per la seconda, a sospironi. Free Bird fa esattamente l'opposto e, più o meno a metà dei pachidermici nove minuti e rotti di traccia, quando ormai stai facendo ondeggiare la testa piano piano con gli occhi chiusi, semplicemente esplode in un lungo strumentale tiratissimo, dominato dalle tre chitarre distintive della line up degli Skynyrd.
     
    Non sono un'amante dei live, come penso di aver reso chiaro in più occasioni, ma credo che in questo caso, se volete avere un'idea dell'energia messa in gioco nella seconda parte di Free Bird, dovreste proprio ascoltarvi - o possibilmente guardarvi - un bel live (tipo questo o questo), in cui era tipico tirare avanti anche per un quarto d'ora tra salti sincronizzati e vigorosi momenti a tre chitarre + basso.
    Vi isolo in questo link il momento preciso in cui i Lynyrd Skynyrd rubarono ufficialmente la scena agli Stones a Knebworth nel '76*, mentre l'audience saltava a tempo stracolma di alcool, adrenalina e Dio sa cos'altro.
    Sul mio eccitabile immaginario rock'n'roll, per inciso, vedere uomini alti e snelli vestiti da hippy che si fronteggiano brandendo delle chitarre elettriche e sparandosi note addosso ha effetti che meriterebbero il bollino V.M. 18 e mi fa venire da ululare roteando il mio cappello da cowboy immaginario.
    Dimenticavo anche che nei live Allen Collins, chitarra solista, deliziava il pubblico facendo cinguettare la sua Gibson Explorer come un uccellino. Ciliegina sulla torta.
     
    E così, specie dopo aver approfondito le mie conoscenze in materia per questo post, si aggiunge un'altra band al già nutrito gruppo di concerti che non potrò mai vedere. Gli Skynyrd erano una band numerosa, affiatata e instancabile, compatta e senza un singolo ego a spiccare sugli altri, caratteristica osservabile anche nei live, in cui non spunta mai il frontman, ma traspare più che altro uno scanzonato spirito di famiglia.
    Non riesco a immaginare molti altri gruppi con tre chitarristi in grado di andare d'accordo, a palleggiarsi i solo con naturalezza (come in questa Sweet Home Alabama, adorabile) e senza una sola delle psicosi che hanno afflitto la maggior parte delle band che amo (penso ai Pink Floyd, ad esempio, e rido).
    Il resto, sul piatto del fascino bitter-sweet della band, ce lo mette la sorte poco generosa, che ha reclamato un ultimo Skynyrd, il loro tastierista, giusto all'inizio del 2009, mentre gli ultimi superstiti - presumo - si toccano vigorosamente gli attributi nascondendo le mani dietro alle chitarre.
    Uno dei "vigorosi momenti a tre chitarre + basso" :)
     
    Il mio invito all'ascolto, in postilla, serve anche a farvi immaginare meglio la scena di me in Panda, svoltasi la settimana scorsa sulla sopraelevata di Genova. Allo scoccare dei quattro minuti e quaranta di Free Bird, vengo colta da un attacco di euforia serale ingiustificata, scalo di marcia e - sentendomi praticamente a cavallo di una Harley - accelero fragorosamente insieme al ritmo della canzone e procedo a superare una riga di SUV/cassa da morto a velocità illegali, il tutto al grido allucinato di "Yeeeehaw Stronzi!", con il vento nei capelli e un sorriso molto poco sano stampigliato in faccia. In seguito, mi trovo misteriosamente a casa con un quarto d'ora d'anticipo.
     
    A guardare la scena dall'esterno, il tutto si sarà svolto al massimo agli 80km/h e la Panda avrà avuto un'aria pericolosamente provata ma, ehi, grazie a Free Bird e agli Skynyrd i miei cinque minuti di anarchia post-lavorativa sono riuscita a farmeli, anche se forse - per ricongiungerci al tema iniziale - non raccomanderei questa canzone in un manuale di guida sicura. Da cui, del resto, se volessimo essere scrupolosi dovremmo lasciare fuori persino certe cose di Beethoven e in cui - temo - rimarrebbero giusto Gigi D'Alessio e altre funeste forme di "Southern "Rock" " (le virgolette non sono mai abbastanza) nostrano.
     
    Per questo week end, intanto, potrò ritenermi felice se avrò condotto almeno una di voi anime perdute all'ascolto di una delle poche scoperte che, fianco a fianco con i cinnamon rolls, hanno reso la mia lunga permanenza nella Bible Valley ben degna di essere ricordata.

    * gli Stones avevano soffiato quella gig ai Queen all'ultimo momento, quindi si meritarono *abbondantemente* di essere surclassati dalla band di supporto
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (3)
    categorie: musica, ricordi, guida
    mercoledì, 22 luglio 2009

    Vorrei solo segnalarvi che l'epico SUV del capo, da quanto posso sentire al telefono, sta attualmente facendo rumori più degni di un trattore mentre trotta assai poco allegramente sulla A7 e che sto avendo difficoltà a gestire il ricovero in officina a distanza perchè mi è complesso non ridere pensando a quell'osceno catafalco nero che ansima e rantola sull'autostrada con dentro il mio capo inviperito e colmo di indignazione.

    Brindo alla salute della mia Panda (a cui come minimo troverò le gomme bucate, per giustizia divina).

    dropped by: Shulypoo | link | commenti (1)
    categorie: fun , lavoro
    venerdì, 26 giugno 2009

    Bad

    Ero intenta a lavarmi i denti con MTV accesa nella stanza accanto, e ho sentito The Way You Make Me Feel.
    Spazzolando ancora ho pensato "Fico, mattina dei revival!".
    Poi ho sentito l'inizio del video di Black or White, quello con Macaulay Culkin che fa impazzire i genitori. Chi non lo riconosce?
    Nel linguaggio mediatico, due video di fila un venerdì mattina qualunque sono matematicamente un canto funebre. Ho capito che Jacko era morto, niente più Re del Pop.
     
    E' stata la prima notizia che ho letto su Google, su Facebook, su Tumblr e il primo saluto che ho rivolto al fidanzato, agli amici, ai colleghi. Persino al capo. Tutti increduli, tutti colpiti.
     
    Non credo sia possibile essere vissuti attraverso gli anni '80 e '90 senza essere stati un po' fan di Michael Jackson, senza conoscere i suoi successi, mimare il moonwalk o imitare i suoi urletti in falsetto. Era una di quelle personalità musicali così ingombranti che, volente o nolente, dovevi prenderne atto. Persino nella coscienza lattiginosa dell'infanzia, ho il ricordo nitidissimo della locandina delle date italiane del Dangerous Tour del 1992, appiccicata per strada. Con i suoi occhi disegnati che facevano capolino, a fissare così la me stessa diecenne di allora:
     
     
    Ricordo un'eccitante notte trascorsa alzata sino a tardi a guardare Moonwalker, trasmesso da Italia 1 in seconda serata.
    Ricordo i saggi di danza con Don't Stop 'Til you Get Enough (e chi riesce a stare fermo ascoltandola?).
    Ricordo quanto mi spaventava il video di Thriller, e quanto mi sono divertita - sicuramente non sola! - a imitare quella mossa di danza zombie con le mani ad artiglio.
    E' difficile opporre resistenza quando ti trovi davanti a un'icona del genere, la lasci scivolare nella tua vita e si posiziona ovunque trovi posto.
     
    L'unico errore che Michael Jackson abbia fatto, in un certo senso, è stato sopravvivere a se stesso, ai record di vendite e ai tour planetari per poi rendersi bersaglio quasi indifeso di sistematiche campagne denigratorie, circa il cui possibile fondo di verità ho sempre ritenuto meglio sospendere il giudizio, in mancanza di argomenti decisivi.
     
    Era almeno un decennio che esistevano due MJ, quello sempre amato degli anni d'oro e quella strana, sinistra e molto grottesca personalità che si aggirava con mascherina chirurgica e guanti, che sventolava i figli neonati dal davanzale, con i tratti somatici sempre più alieni e irriconoscibili.
    Sfido chiunque, del resto, a diventare una persona normale quando vieni allevato e cresciuto sotto i riflettori sin da prima della pubertà. Il diritto a qualche valvola posizionata male uno se lo guadagna e, a parte per il successo, l'amore dei fan, l'imbarazzante fortuna finanziaria e la fama imperitura, non penso sia campato in aria pensare che essere Michael Jackson doveva fare abbastanza schifo, perchè non c'è nulla che ti ricompensi davvero di una vita interamente regalata al pubblico, nel bene e nel male, vissuta sotto gli occhi di tutti dai momenti di gloria a quelli più umilianti.
    Un'esistenza devoluta pienamente non solo al pubblico, ma soprattutto ai media, che di lui si sono cibati come iene senza mollare un attimo, anche quando la sua fama era più collegata alle imbarazzanti accuse di pedofilia che alle sue imprese musicali. Spero che per oggi i cani si attacchino all'osso succoso della sua scomparsa e, per una volta, vogliano celebrarlo più per le cose grandi che ha fatto realmente che per quelle infamanti che si sospetta abbia fatto.
     
    Personalmente, oggi non mi sento ipocrita a scoprirmi più fan di quanto non pensassi di essere.
    E moonwalkerò fuori da questo ufficio, a costo di spaccarmi il cranio nell'operazione.
    dropped by: Shulypoo | link | commenti (4)
    categorie: musica, ricordi, attualità, wtf
    mercoledì, 17 giugno 2009

    Ramble On...

    Stamattina l'iPod mi ha proposto come prima track, estratta a caso tra migliaia di canzoni, Birthday dei Beatles.
    Proprio lei! Con Paul che canta che è il tuo compleanno e guarda caso è anche il suo! E ci divertiremo, e buon compleanno a te!
    La meravigliosa coincidenza, nel breve tragitto casa/fermata, mi aveva già indotta a creare una complessa visione di una bella jam session con McCartney, con me relegata all'air guitar e persa in estatica ammirazione del mio attempato idolo.
    Con un solo inconveniente: la sorte ha cannato giorno, perchè io e Paul compiamo gli anni domani, come ogni anno.

    E che anno! Sto per entrare nel regno del magico numero 27 e, se fossi una rock star, farei parecchia attenzione alle pillole che butto giù o all'alcool che ingollo, soprattutto in questo anno delicato.
    Ripensando a Brian Jones, sarei anche un po' schizzinosa sulla gente con cui decido di sguazzare in piscina.

    Non ho mai arpionato una Stratocaster con gli incisivi come Jimi, avrei sfigurato in un duetto con Janis, le tredicenni di tutto il mondo forse non si annoteranno mie citazioni sul diario come fanno con le poesie di Jim. Neanche a dirlo, non sono un'icona degli anni '90 come Kurt.
    E niente da fare, niente del genere mi accadrà.

    A porsi certi esemplari come modelli, del resto, c'è solo da restare sconsolati.
    Posso dire però che, al contrario delle fulgide stelle appena citate, non vedo per me rischi prossimi di sprofondamento in spirali autodistruttive. Il che potrà magari anche dispiacervi.

    Ammesso che mi trovi qui per una ragione, non sembro averla ancora trovata e quindi mi auguro che potrò proseguire lungo il sentiero ancora per un po'. Magari, strada facendo, un barlume di senso mi si mostrerà e, se non accadrà, almeno spero di divertirmi più di quanto non abbia fatto in passato.

    Scongiuri del caso a parte, a questi 27 calerò l'ancora per il canonico anno. Tra dodici mesi io e Paul partiremo verso nuovi lidi.


    Personalmente, però, contemplo una sosta più lunga al porto dei 29. Che dite, mi ci tengono un decennio o vengono ad affondarmi coi sottomarini nucleari?